Oggi è il giorno della memoria, La Regione Toscana ha costruito su questa data un percorso storico, culturale che ha contribuito attraverso gli anni a riportare alla luce tante storie e vicende di quegli anni drammatici. Abbiamo sostenuto e finanziato studi, ricerche, pubblicazioni, per riscoprire i tanti volti, le sofferenze, le passioni e le paure di tutti coloro che furono perseguitati, torturati, fucilati, massacrati e per consegnarne la loro memoria di testimoni diretti alle nuove generazioni, per non dimenticare. Sono stati coinvolti migliaia di giovani toscani che hanno ripercorso dal 2002 con il treno della memoria la lunga strada per Auschwitz. Una strada che fu senza ritorno per migliaia di ebrei, rom, omosessuali e prigionieri politici del regime fascista. Una esperienza forte e indimenticabile per chi l’ha vissuta e ha potuto vedere con i propri occhi quella fabbrica, scientificamente e razionalmente organizzata anche nei più piccoli dettagli, per la distruzione di massa della dignità e della vita umana.
MAI PIU’ fu detto dopo l’orrore dei campi di sterminio e, invece, in tante parti del mondo con modalità e forme diverse si sono ripetuti orrori e genocidi feroci: Cambogia, Ruanda e di nuovo nel cuore della civile Europa in Bosnia, Serbia, Croazia, Kosovo si sono rivisti i campi di concentramento e feroci pulizie etniche, forme di genocidio studiato, pianificato, realizzato.
E’ mai possibile che questo tipo di crimini, una volta individuati nella loro dis-umanità, possano ripetersi? Si è possibile che si ripetano!
Noi non possiamo ridurre questa giornata ad una pura e semplice celebrazione retorica. Dobbiamo cogliere questa occasione di confronto per ricordare ma anche per trasmettere consapevolezza della gravità di ciò che è successo cercando di immettere nel corpo sociale di questo nostro paese tutti quegli anticorpi che ci possano impedire che ciò che è avvenuto possa ripetersi di nuovo. Abbiamo il dovere di comprendere le cause che rendono la loro possibilità permanente.
Io credo che sul piano storiografico ma anche sul piano politico, noi possiamo individuarle queste cause, e rifletterci sopra.
Le cause di questa violenza estrema possono essere individuate sicuramente in una educazione sistematica alla paura che può nascere e alimentarsi da un senso diffuso di insicurezza.
Già oggi questa crisi sta erodendo tenori di vita, rimette in discussione abitudini consolidate, riduce livelli di reddito e di consumi, tutele pubbliche, vengono meno identità che pensavamo stabilizzate e durature. Da tutto ciò non può che nascere un senso comune diffuso di insicurezza e ansia per il futuro che genera paura, paura che irresponsabilmente qualcuno cerca di alimentare per basse finalità politiche con conseguenze che già oggi ci appaiono preoccupanti.
In queste condizioni i già deboli legami e reti relazionali sociali finiscono per dissolversi definitivamente lasciando una comunità impaurita che non produce più relazioni solidali ma condizioni esistenziali che alimentano solitudini diffuse ed egoismi individuali. La paura influenza ragionamenti e comportamenti sociali e politici e si cerca di esorcizzarla scatenando la caccia al colpevole per trovare un caprio espiatorio, il nemico sul quale scaricare le colpe delle proprie difficoltà, della propria insicurezza e della precarietà della propria condizione.
Il nemico è l’altro, è quello che non è identico a me. E di quel nemico che non è identico
a me, di quell’altro, devo avere paura, lo devo combattere, lo devo negare.
Questa paura porta all’intolleranza conduce inevitabilmente alla violenza contro l’altro diventa la causa fondamentale di tutte le forme di violenza estrema, che possono condurre fino a quello che noi cataloghiamo come “crimine contro l’umanità”.
Le stragi naziste non sono nate durante la guerra. Auschwitz non nasce nel ’41-’42. ma nel 1935 quando il regime nazista promulga le Leggi che legalizzano la sistematica spoliazione di ogni
diritto e di ogni proprietà degli ebrei, rom e di tutti gli oppositori politici. Ebbene, queste Leggi furono riconosciute dagli altri Stati europei. In Olanda, in Belgio prima dell’occupazione, quando questi paesi erano paesi totalmente liberi, non potevano celebrarsi matrimoni tra tedeschi di razza mista: un tedesco in Olanda non poteva nel ’35 sposare una donna ebrea.
Ci fu una diffusa passività e indifferenza nei confronti di quelle vergognose e disumane leggi che sono state le cause che hanno condotto alla violenza estrema dei campi di sterminio.
Non c’è stata solo la passività e la complicità degli Stati ma anche una complicità diffusa, popolare. C’è stata una adesione di massa al regime criminale nazista perché quel regime ha permesso fino all’ultimo al popolo tedesco un tenore di vita alto, uno stato sociale invidiabile per l’epoca che veniva finanziato attraverso operazioni di sistematica rapina, di tutti i paesi che dal 1938 furono occupati dalle truppe naziste. Il bottino di quelle razzie venivano utilizzate per finanziare lo stato sociale del nazismo. Vi è stata una complicità interna e non solo del popolo tedesco.La perdita di libertà, inizia dalla perdita di senso critico,dall’omologazione, dalla passività, dall’indifferenza. Il regime nazista e fascista era riuscito ad ottenere un diffuso assorbimento nell’ordine costituito delle singole coscienze personali.
La nostra coscienza non può nascondersi dietro nessun ordine, dietro nessun comando. L’uomo deve imparare a dire di no ad ogni ordine e ad ogni comando che leda la dignità dell’uomo e della persona, qualunque essa sia.
Una certa logica identitaria, per cui io sono me stesso e non ho niente a che fare con
l’altro, è una delle cause che conduce a questa “obbedienza a prescindere” all’ordine costituito. E spesso si obbedisce in cambio di sicurezza. Tu mi dai la sicurezza e mi proteggi dall’altro, e io obbedirò alle tue leggi, qualunque esse siano, anche se le tue leggi prevedono la spoliazione degli ebrei, anche se le tue leggi prevedono che i poveri affamati e disperati che provengono dall’Africa muoiano affogati nel Mar di Sicilia, trasformando quel tratto di mediterraneo in una immensa fossa comune di vite e speranze affondate. .
L’umanità inizia dentro ognuno di noi. Non è semplice. È facile a dirsi ma è molto difficile a farsi fuori da qui, nel proprio ufficio, nella propria scuola, nel proprio posto di lavoro e di vita.
Ma è questo che ci insegnano le tragedie che stiamo ricordando oggi. Dobbiamo imparare a combattere quella presunta normalità per cui appunto noi siamo la nostra tribù, noi siamo
la nostra identità, e qui dobbiamo essere sicuri, e le leggi servono soltanto a proteggerci. NO questa è una logica pericolosa è la stessa logica che ci ha portato dentro una tragedia immane.Le leggi servono per promuovere coesione, fare accoglienza, integrazione a riconoscerci l’uno con l’altro. Certo, con fatica, non è facile, ma le persone forti, gli organismi forti, sono quelli che sanno farsi altro, non difendersi dall’altro.
Oggi siamo di fronte ad una grave crisi che non è solo economica finanziaria ma è anche crisi sociale, ambientale, climatica, demografica. Cresce la consapevolezza dell’insostenibilità del nostro modello di sviluppo, di consumo dei nostri stili di vita, non ci sono più risorse sufficienti per mantenere i nostri attuali livelli di consumo. Dovremo rivedere modelli e stili di vita. Di fronte a questo passaggio epocale c’è bisogno di ricreare una cultura e sviluppare politiche efficaci di coesione ed integrazione che sappiano reggere l’urto violento di questi grandi trasformazioni e cambiamenti epocali. Tutto questo è prevedibile che farà crescere il senso di precarietà e di incertezza, creerà maggiore insicurezza. Giocare con le paure, far leva su di esse, significa ricadere negli stessi drammatici errori del novecento. Siamo già di fronte ad un imbarbarimento della vita sociale e politica ad un degrado dei rapporti umani e sociale, siamo sull’orlo di una crisi di civiltà, deve prevalere in ciascuno di noi il senso di responsabilità sociale ed ambientale. Essere responsabili significa, che non possiamo pensare di poter continuare a vivere in un mondo dove gran parte di esso si è trasformato già in un infermo di fame e sottosviluppo. Eugenio Baronti