Leggo sulla stampa locale ripetute critiche contro l’idea progettuale di realizzare dentro l’ex manifattura tabacchi un po’ di alloggi a canone sociale nell’ambito del progetto urbanistico di recupero. Non mi sorprende più di tanto queste posizioni perché la cultura politica che ci sta dietro è quella divenuta, nel corso degli ultimi venti anni, senso comune dominante ed è la principale causa della drammatica emergenza abitativa che ci troviamo a dovere fronteggiare oggi. L’idea è quella che le case popolari vanno bene solo se concentrate e confinate ai margini, quasi sempre più lontani e degradati, delle nostre già disumanizzate periferie, dove poter concentrare tutto il disagio sociale esistente, lontano dagli occhi e lontano dai cuori e, soprattutto, dai centri storici. E’ stato così forte questa tendenza che ha prodotto negli anni la completa marginalizzazione dell’edilizia sociale pubblica, ha prodotto ghetti degradati in cui è oggi impossibile praticare politiche di coesione e integrazione sociali e soprattutto ha insinuato nella testa della gran parte degli amministratori l’equazione: case popolari uguale problemi e degrado. Questo modo di pensare ha fatto si che l’edilizia sociale pubblica fosse cancellata completamente da qualsiasi canale di finanziamento statale, dopo la soppressione della trattenuta della Gescal, e, peggio ancora, cancellata quasi ovunque dalla programmazione urbanistica dei comuni. Questa è la ragione per cui, facendo un’azione di ricognizione complessiva dell’intero sistema, ho trovato una grande quantità di risorse finanziarie mai spese da tante amministrazioni locali. Oggi molti comuni si trovano con l’acqua alla gola perché una precarietà diffusa nel mondo del lavoro, la diminuizione del potere di acquisto di salari e pensioni e soprattutto una drammatica crisi economica che sta tagliando inesorabilmente migliaia di posti di lavoro, sta facendo crescere a dismisura la domanda di una casa a canone sociale e sostenibile e migliaia di famiglie si trovano oggi a vivere in condizioni di insostenibile disagio abitativo spesso senza alcuna speranza di vedersi riconosciuto il diritto primario di vivere dignitosamente in una casa che rappresenta il fondamento sul quale si costruisce un progetto di vita e si realizza ogni altro diritto di cittadinanza.
In questi ultimi due anni sono stati riprogrammati a livello regionale qualcosa come 200 milioni di euro già a disposizione degli 11 livelli ottimali su cui si articola il sistema di gestione dell’ERP, più sono state stanziati altri 143 milioni di euro per misure straordinarie urgenti anticrisi per far fronte all’emergenza abitativa. Una quantità di risorse a livello regionale superiori a quelle che il governo a stanziato per l’intero paese. Queste risorse permetteranno di fare lavori di manutenzione straordinaria e riqualificare 10.294 alloggi popolari e complessivamente metteranno a disposizione oltre 3000 nuovi alloggi prioritariamente da recupero. Ma la sfida che abbiamo messo in campo è quella di contrastare e sconfiggere queste vecchie logiche politiche. Noi, già con queste misure straordinarie, chiediamo ai comuni una vera e propria svolta culturale, chiediamo di presentare piani integrati di politiche sociali, abitative e di riqualificazione urbana. Non vogliamo più finanziarie la realizzazione di ghetti ma interventi integrati per creare mix sociali che favoriscano la coesione e l’integrazione, pertanto alloggi a canone sociali e a canone sostenibile, realizzati dai privati con contributi pubblici, devono stare insieme e devono avere la stessa qualità e prestazioni energetiche superiori del 30% rispetto alle leggi nazionali vigenti e per raggiungere questi obiettivi riconosciamo un 15% in più per gli extracosti sostenuti. Chiediamo di utilizzare queste risorse pubbliche come un’opportunità di riqualificazione di quartieri ed aree degradate e dequalificate, di realizzare progetti per recuperare la funzione residenziale dei nostri centri storici che hanno subito fenomeni intensi di perdita di residenza nel corso degli anni riducendosi a città vetrina e museo. Non si rivitalizza una città portandoci dentro più macchine attratte da nuovi parcheggi, ma riportandoci dentro giovani, bambini, persone per poter rivitalizzare le nostre vie e piazze e ridare vita a quelle piccole attività artigianali e commerciali a servizio della residenza oggi quasi scomparse . Io ritengo che la manifattura sia una grande occasione da non sprecare per riportare un po’ di residenza dentro le mura con un progetto integrato ed equilibrato che favorisca il dialogo e la coesione, tra generazioni, culture e diversità, secondo criteri universali antichi di una urbanistica attenta ai bisogni, alle esigenze, agli spazi di socialità, indispensabili per un vivere dignitoso e civile.
Eugenio Baronti
Assessore regionale alle politiche abitative