BOZZA PER LA DISCUSSIONE PARTECIPATA
Il rinnovamento e la riforma delle pratiche e dei modelli organizzativi della sinistra
1. STRUTTURARSI
La forma della rete non può prescindere da una struttura a nodi partecipati ed in equilibrio reciproco. La
costruzione della rete richiede un’etica condivisa sostanziata da un insieme di regole che via via formano
una comunità aperta e inclusiva. La struttura della rete ed il carattere non violento della sua azione
presuppongono un superamento dell’idea del soggetto politico come portatore di verità esclusive.
La partecipazione praticata ed elaborata dalla rete potrà servire da esempio anche per riformare le
modalità decisionali della democrazia rappresentativa. Il nodo è un’aggregazione inclusiva (sistema
aperto) e si riferisce ad uno spazio: esso è l’unità costitutiva della rete e al tempo stesso garantisce il
massimo di partecipazione locale a partire dai bisogni. I principi generali di partecipazione si applicano ad
ogni nodo.
1.a. Modello a struttura partecipativa
Si intende un modello che intreccia dimensione sociale e dimensione politica, nel quale le decisioni
vengono sempre prese col massimo della partecipazione ‘possibile’ e coloro che partecipano sono dotati
di un eguale potere decisionale (una testa un voto). Il ‘possibile’ sta ad indicare che la partecipazione può
essere diretta o tramite delega (democrazia di mandato). Quando si tratti di scelte particolarmente
significative, deve comunque essere prevista la partecipazione diretta.
1.b. Perché diciamo no al modello a struttura centralistica e gerarchica
1.b.1. È il modello tradizionale del potere, tanto più nella sua aggiornata versione leaderistica. È
incompatibile con la democrazia partecipata. Il confronto viene requisito dai gruppi dirigenti e
monopolizzato dalle posizioni che in esso vi esprimono i leaders, secondo un senso monodirezionale,
dall’alto al basso.
1.b.2. La selezione dei gruppi dirigenti avviene secondo criteri di affinità o di fedeltà, comunque sempre
di continuità con quelli consolidati, mortificando sensibilità, entusiasmo e capacità considerate non
omogenee.
1.b.3. Non solo non promuove autonomia, ma teme qualunque iniziativa che possa mettere in pericolo la
stabilità dei rapporti di potere dell’organizzazione.
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1.c. Modello a struttura confederativa territoriale
E’ un modello a rete, non gerarchico, fondato sulla responsabilità e sulla partecipazione democratica con
poteri decisionali. Presenta evidenti rischi di frammentazione, superabili soltanto a condizione che il
fondamento partecipativo sia costantemente attivo. La struttura confederativa non è necessariamente da
collegare a confini amministrativi, quanto alle esigenze di riconoscimento e di rappresentanza delle
diverse realtà territoriali. Va previsto un coordinamento a livello provinciale, non centralistico.
Per quanto riguarda le adesioni, si propone che siano sia collettive che individuali.
2. DECIDERE
2.a. Forme della decisione
2.a.1. Ogni decisione deve essere assunta con la massima consapevolezza. Il presupposto, perciò, è
quello di un’esauriente e tempestiva informazione di cui tutti/e possano disporre. Ai fini di una scelta
consapevole riteniamo necessario che i documenti alla base della discussione contengano ed evidenzino in
maniera chiara le opzioni diverse sulle quali si deve decidere.
2.a.2. Vanno previsti vari momenti di approfondimento e di confronto collettivo: più le persone sono
informate del cuore della decisione più possono decidere in modo partecipativo: democrazia deliberativa
e democrazia partecipativa sono interdipendenti.
Riteniamo perciò fondamentale che prima della discussione si individuino i temi oggetti del dibattito e si
determino i temi della discussione e i tempi entro i quali si effettua la decisione di chiusura delle riunioni
o assemblee, ossia riteniamo necessaria la definizione e il rispetto effettivo dei tempi di lavoro e di
votazione.
La puntualità alle occasioni nelle quali ci si incontra è oggi più che mai rivoluzionaria.
2.a.3. Ai diversi livelli, di volta in volta, debbono essere precisati i temi sui quali la decisione verrà
assunta con la partecipazione diretta di tutti/e gli/le aderenti, e quelli sui quali si opererà tramite una
forma di democrazia delegata (di mandato). Per entrambi i casi dovranno essere esplicitate le procedure
da adottare.
2.a.4. Ci impegniamo a lavorare nella direzione del dialogo pertanto il processo decisionale deve
prioritariamente concludersi con una sintesi da ricercare tramite la mediazione condivisa tra le singole
istanze; in secondo luogo, in caso di inconciliabilità delle varie posizioni o di fronte all’esigenza di
raggiungere l’operatività nel più breve tempo possibile, si adotta il metodo del voto secondo il principio
“una testa un voto”. In assenza di un largo consenso non si assumono, comunque, decisioni su una data
materia.
Le minoranze sono garantite anche rendendo pubbliche le loro posizioni su specifici temi (vd diritti civili ecc.).
In caso di dissenso ci dovrebbe essere un impegno a favore di un principio di non ostilità verso le decisioni
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rispetto a cui si è in disaccordo. La minoranza in disaccordo può legittimamente astenersi dall’applicare
attivamente la decisione, pur riconoscendone la legittimità.
I processi di formazione delle decisioni, anche se presi a maggioranza la più larga possibile, devono
valorizzare al massimo gli aspetti condivisi. Ad ogni decisione va associata la sua storia, in modo che il
percorso decisionale possa essere tracciabile. Deve anche essere prevista una verifica dell’attuazione
della decisione presa.
3. COORDINARE E RAPPRESENTARE
3.a. Perché diciamo no al leaderismo
Il modello a struttura leaderistica si è diffuso nel nostro paese spinto dal terremoto provocato da
tangentopoli. I partiti, devastati dalle indagini, accreditarono l’idea che la salvezza del sistema
democratico risiedeva nel fare in modo che i poteri esecutivi, e primariamente chi li rappresenta, fossero
sottratti dai rischi corruttivi della miriade di correnti e clientele e potessero decidere senza lungaggini.
Occorreva, allora, una diretta investitura dal popolo. Questa fu l’impronta della legge di riforma per gli
Enti Locali. Il modello si è poi rapidamente esteso ai partiti, anche sull’onda del berlusconismo. Ad una
crisi che reclamava maggiore democrazia e maggiori controlli dal basso, si è risposto esattamente al
contrario.
L’iscritto/a dispone di un potere decisionale soltanto al momento della elezione del leader. Fino
all’elezione successiva, la partecipazione viene attivata soltanto a sostegno delle decisioni prese dagli
organi nazionali, o direttamente dal leader.
Gli stessi organi dirigenti non hanno poteri effettivi essendo composti in funzione del primato del leader.
Ciò non impedisce, tuttavia, il lavoro oscuro di gruppi o correnti che, proprio per non potersi esprimere
alla luce del sole, si configura sempre come sotterranea lotta di potere.
Il leaderismo sviluppa l’opportunismo politico, la fedeltà dichiarata al capo, e quindi anestetizza il
confronto delle idee e lo spirito critico. Fenomeni questi già presenti all’interno dei partiti storici della
sinistra a organizzazione piramidale, ma allora compensati o almeno controllati da quel radicamento
territoriale e sociale proprio del “partito di massa”, che oggi non esiste più.
Il modello leaderistico si è diffuso anche nella periferia, riproducendo un’analoga situazione di
restringimento degli spazi democratici e di passivizzazione della politica.
3.b. Selezione e ruolo delle funzioni di coordinamento e di rappresentanza
3.b.1. La funzione di chi è chiamato a svolgere compiti di rappresentanza e coordinamento operativo
della rete è quella di organizzare e promuovere il dibattito perché le decisioni possano essere prese in
forme partecipative. Fondamentale è la comunicazione fra i nodi della rete.
3.b.2. Per evitare il formarsi di supremazie personali legate all’incarico, è opportuno rispettare i
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seguenti criteri, secondo il bilanciamento di genere:
- rotazione degli incarichi che valorizzi le potenzialità del collettivo
- fissazione di limiti temporali di mandato.
Gli incarichi possono essere attribuiti tramite sorteggio fra i/le disponibili.
3.b.3. In questo modo può essere superato il professionismo politico, uno dei punti inizialmente
qualificanti dei partiti del Novecento, che è via via degenerato fino a dar vita ad un ceto politico
corporativo di fatto “proprietario” dei partiti e poi delle stesse istituzioni.
3.b.4. Limite di durata degli incarichi e superamento del professionismo costituiscono un ulteriore
elemento di garanzia affinché l’esperienza e l’impegno in politica siano il frutto di una scelta del tutto
estranea a convenienze personali e dettata esclusivamente dal desiderio di essere parte attiva nella
costruzione di un progetto di cambiamento.
La sede del coordinamento provinciale sarà stabilita a rotazione, con eventuale sorteggio, fra i soggetti
collettivi aderenti.
Si sottolinea l’importanza di garantire la crescita e la formazione politica di tutte le persone. In questo
contesto i/le referenti ai vari livelli devono essere ben formati. Nel momento operativo devono sempre
informare, essere trasparenti e disponibili nei confronti del resto del gruppo, con una verifica continua.
3.b.5. L’individuazione dei/delle rappresentanti nelle istanze di livello territoriale superiore, dove gli
incarichi potranno avere una durata maggiore, dovrà essere compiuta con la modalità della democrazia
diretta, e coloro che risulteranno eletti/e dovranno con frequente periodicità sottoporre a verifica
l’esercizio del loro mandato.
3.b.6. In una struttura a rete, come far vivere un coordinamento provinciale che non riproduca
rapidamente meccanismi centralistici? Quali forme di partecipazione alla discussione e alla decisione si
possono immaginare e sperimentare per questo?
4. COMUNICARE E PARTECIPARE
4.a Modi e qualità della comunicazione
4.a.1. Comunicare non è trasmettere. Vogliamo immaginare e stabilire connessioni bidirezionali e
reciproche, attivando processi tra il locale e il globale, tra il particolare e l’universale.
Comunicare non è riducibile a informatizzare. Vogliamo strutturare una comunicazione immediata,
valorizzando le relazioni interpersonali, il conoscersi e l’incontrarsi come pratiche politiche.
Allo stesso tempo vogliamo promuovere una rete di contatti locali che offra la possibilità di partecipare a
vari livelli.
Comunicare è vivere nei contesti, in modo non autoreferenziale, rappresentando un mondo costantemente
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in divenire e una politica capace di progettare e non solo di gestire l’esistente.
Vogliamo comunicare semplicemente, senza semplificare, mostrando chiaramente e onestamente i
processi e le coimplicazioni di ogni problema.
Vogliamo aver fiducia nelle capacità di ciascuno abbandonando ogni presunzione e didatticismo.
4.a.2. Comunicare è ridurre la distanza tra i territori e i luoghi della democrazia formale, in modo che
questi recuperino il loro carattere sostanziale. Ciò è possibile mediando tra esigenze locali e istituzioni,
attraverso gli strumenti della democrazia partecipativa (assemblee, delibere di consiglio comunale
proposte dalla cittadinanza …).
4.a.3. Comunicare è confrontarsi con la complessità del reale. Vogliamo evitare di promuovere soluzioni
uniche, immediate, definitive ai problemi. Vogliamo promuovere la sperimentazione di una rete di
processi e pratiche che contribuiscano a risolvere i luoghi conflittuali.
4.b. Strumenti e pratiche della partecipazione
Occorre lavorare per costruire luoghi, spazi e tempi nei quali sia possibile sperimentare una socialità di
sinistra.
4.b.1. Proponiamo di adottare una strategia comunicativa in grado di rompere il muro dell’indifferenza in
un’epoca caratterizzata da un eccesso di sollecitazioni, messaggi e informazioni che però non riescono a
far breccia, a creare consapevolezza, suscitare interesse e partecipazione.
Noi intendiamo lavorare per promuovere e sviluppare buone pratiche, la filiera corta per acquisti diretti
dal produttore per contribuire a far rinascere un’economia locale, che convive con quella globale, ma se
ne differenzia in quanto segue circuiti economici alternativi che valorizzano le risorse territoriali, nel
rispetto di principi di equità sociale e sostenibilità. Un’economia strutturata su una molteplicità di
pratiche, che rinasce dal basso, centrata sulle peculiarità dei territori, che crea reti relazionali, mette in
comunicazione diretta i cittadini-consumatori con i produttori locali ed accorcia la filiera produzionedistribuzione-
consumo di beni e servizi.
Noi intendiamo utilizzare queste buone pratiche come strategia comunicativa, utilizzare la forza
dell’esempio virtuoso per suscitare curiosità, attenzione, interesse, promuovere discussione e innescare
processi culturali di cambiamento.
4.b.2. Abbiamo bisogno di strumenti nuovi e più efficaci per radicarci nei nostri territori, dobbiamo
costruire una nuova cultura praticandola nel nostro agire politico quotidiano.
Proponiamo la costruzione di case della sinistra e – per la Piana lucchese – un villaggio ecologico in
bioedilizia prefabbricata ad alta efficienza energetica, autoalimentato da fonti rinnovabili.
Luoghi di aggregazione e di incontro per promuovere relazioni sociali e rapporti umani improntati alla
solidarietà e all’accoglienza, luoghi di produzione culturale ed artistica, di formazione, di educazione
ambientale, alla sobrietà, a nuovi stili e modelli di vita e di consumo sostenibili.
Un villaggio come palestra della democrazia partecipata per prefigurare nell’organizzazione e nella
gestione degli spazi e dei servizi, nei rapporti e nelle relazioni sociali, un altro mondo possibile.
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Una risposta ai processi di disgregazione sociale e di imbarbarimento culturale in corso, per affermare
una politica del fare che non rinuncia a ricercare prospettive e progetti generali di trasformazione, a
ripensare un modello di società sostenibile per il futuro.
Vogliamo praticare una politica che sappia agire localmente nel presente, costruire iniziative, azioni,
relazioni con la società, strutturando pratiche per soddisfare bisogni umani e sociali impiegando meno
risorse, consumando meno energia, riducendo le emissioni in atmosfera, producendo meno rifiuti,
modificando il nostro stile di vita, il nostro modo di consumare, per perseguire la sostenibilità ambientale
dei comportamenti individuali e sociali.
4.b.3 La qualità delle relazioni all’interno della Rete della Sinistra unita e plurale è fondamentale:
la gioia è espressione di una sinistra che sa valorizzare ciascuno.