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Asfaltare non è governare (di Luciano Luciani)

Asfaltar no es gubernar: asfaltare non è governare, recita un lontano motto antifranchista dovuto all’intelligenza storico – politica dello scrittore spagnolo Salvador de Madariaga. Ovvero, l’ordinaria amministrazione, quando pure viene garantita, non è sufficiente. Governare è faccenda di più ampia lena e di più largo respiro ideale e culturale. Vuol dire indirizzare e sovraintendere, regolamentare ed educare. Significa prendersi cura ed essere responsabili; designa un esercizio del potere non fine a se stesso, ma orientato nella direzione di una riforma intellettuale e morale della società, la più vasta, profonda, partecipata e condivisa possibile.

Perché tale idea, alta e nobile della politica, una volta, al tempo della famigerata prima Repubblica, patrimonio di un largo e trasversale ceto politico – amministrativo non si dà più e anzi viene irrisa e sbeffeggiata? Perché non si dà più a sinistra? Perché anche a sinistra la prassi politica si è ridotta alla ricerca di un consenso solo elettorale, finendo così per prosciugarsi, inaridirsi e ridursi a un’attività autistica priva di passione, povera di umanità, colpevolmente disinteressata alla domanda di giustizia, democrazia e diritti che proviene dai settori più deboli e fragili della società’?

Sono questi gli interrogativi, direi i rovelli vista l’insistenza con cui ci torna l’Autore, che percorrono le pagine di Con il piombo sulle ali. Racconto dell’esperienza umana e politica di un amministratore di sinistra nella rossa Toscana. Le ha scritte, intingendo il pennino nel calamaio di un fortissimo sentimento del bene comune, stato d’animo che lo ha sempre contraddistinto, Eugenio Baronti, figura storica e imprescindibile della sinistra radicale lucchese, a conclusione della sua esperienza di amministratore locale: prima come assessore all’ambiente nella amministrazione progressista che regge dal 2004 le sorti di Capannori, uno dei più importanti Comuni della provincia di Lucca, poi assessore alla Ricerca, all’Università e al Diritto alla casa nella giunta regionale del presidente Claudio Martini.

Un bilancio esistenziale e politico il suo: severo e preoccupato, intransigente nei confronti delle superficialità e delle miserie, né piccole né poche, incontrate nel corso del suo mandato alla Regione Toscana, ma anche testardamente aperto alla speranza di una possibile nuova stagione della democrazia in Italia. Che, certo, non sarà un obbiettivo facile da conseguire: sarà necessario, infatti, un mutamento culturale profondo, quasi una nuova antropologia, capace di mettere al centro della vita civile delle persone diritti e solidarietà, accoglienza e partecipazione, e di coniugare l’innovazione tecnologica e produttiva con il rispetto dell’ambiente e della natura. Insomma, pratiche sociali e politiche del tutto nuove, rispetto alle quali l’Autore non si limita a uno zelante discorso deontologico, a un volenteroso “bisognerebbe fare”: in maniera minuziosa, puntigliosamente, Baronti ci fornisce modi e contenuti di esempi virtuosi concreti, già formalizzati in atti legislativi, a Capannori come e Firenze, di provvedimenti socialmente utili, economicamente vantaggiosi ed ecologicamente rispettosi.

Durissimo, poi, il suo atto d’accusa nei confronti delle lentezze indolenti e delle negligenze menefreghiste degli apparati burocratici – amministrativi pubblici, sempre orientati al mantenimento dello status quo ante, al quieto vivere, a un tran – tran tanto neghittoso quanto privo di interessi e curiosità per il nuovo, anche se magari conveniente per la comunità. Così, la burocrazia che dovrebbe essere al servizio delle collettività, metta questa al servizio della propria conservazione.

Né meno tenera, anzi particolarmente tagliente e affilata, appare la denuncia dell’ex assessore regionale nei confronti dei limiti e dei ritardi, ormai cronici, della sinistra, la sinistra a cui appartiene l’Autore, il Partito di Rifondazione Comunista toscano, a cogliere e rielaborare se non tutte almeno le più profonde e radicali novità intervenute sullo scenario globale in questi ultimi vent’anni: la internazionalizzazione dei mercati, una sempre più urgente questione ambientale, modi di produzione in nulla simili a quanto già noto e, di converso, un imbarbarimento della politica nazionale e internazionale troppo spesso ormai declinata nelle forme inedite del populismo, del razzismo strisciante, del fondamentalismo, della xenofobia generalizzata. E tutto questo mentre la sinistra appare sempre più disposta ad accettare lo stato di cose presente, mentre condivide con entusiasmo un sistema politico clientelare che abbassa il livello delle dirigenze e produce danni non lievi in termini di inefficienze e perdite di produttività; che sostiene che il privato e bello sempre e comunque penalizzando proprio quel settore dell’intervento pubblico che in un passato anche recente ha rappresentato il motore dello sviluppo e il fulcro nell’affermazione dello stato sociale. Uno smarrimento grave delle proprie ragioni ideali e fondative, a cui fanno da duro contraltare il pensiero unico berlusconiano e il berlusconismo diffuso, la sollecitazione a ogni spirito plebeo e reazionario, la socializzazione del rancore popolare e la capacità di indirizzarlo verso capri espiatori deboli e indifesi: colpi durissimi inferti alla democrazia, le cui conseguenze non sono ancora facilmente valutabili sulla complessiva struttura civile del nostro Paese. E mentre i segni quotidiani intorno a noi muovono nel senso di un abisso di cui ancora non riusciamo a immaginare il profilo, la sinistra preferisce attardarsi in un politicismo esasperato fatto di sterili rituali escludenti, di tatticismi esasperati, di complicate e confuse dietrologie. Un suicidio annunciato, confermato anche dai risultati elettorali delle ultime due/tre consultazioni. Aspro, e senza appello, il giudizio di Eugenio Baronti su questa sinistra e sulle torsioni e gli avvitamenti recenti di un ceto politico – amministrativo senza memoria né futuro: altrettanto carico di umanissima e condivisibile speranza, però, il suo messaggio finale al Lettore. “Qualcuno ha detto: se si sogna da soli è solo un sogno, se siamo in tanti a sognare è la realtà che comincia. Se chiudo gli occhi già mi sembra di sentire in lontananza le voci, le grida, il canto, la festa, per una voglia di riscatto e di rinascita incontenibile che spazza via questa coltre di fango secco che ci ha ricoperto per tanti anni, e, chissà, dopo il carnevale arriva sempre la primavera. Così è da sempre, così sarà anche questa volta”.

Ben detto, assessore. Cominciamo, ancora una volta e una volta di più, a rimboccarci le maniche.

Luciano Luciani

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