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Tutti gli articoli pubblicati sulla questione vitalizzi in Regione usciti negli ultimi giorni

il servizio inchiesta di Mario Lancisi del 6 febbraio 2014 – IL TIRRENO (pagina nazionale), ha suscitato tutta una serie di articoli e una mia lettera aperta al Direttore che potete leggere sotto.

accanto il paginone pubblicato oggi sul Tirreno nazionale nella pag.4

Qui di seguito potete leggere gli articoli che si sono succeduti in questi giorni a partire da quello del 31 gennaio 2014

VITALIZI, LO SCHIAFFO ALLA SOLIDARIETÀ

di don ANTONIO CECCONI

a seguire l’articolo di 08 febbraio 2014 – Il Tirreno VITALIZI IN REGIONE E CRESCE L’ANTIPOLITICA

di ALFONSO M. IACONO

a seguire: 9 febbraio 2014 – IL TIRRENO

I BEI BISCHERI E IL MURO DEI SILENZI di ROBERTO BERNABÒ Direttore de il Tirreno.

6 febbraio 2014 – IL TIRRENO (pagina nazionale)
Il “win for life” dei consiglieri
Mario Lancisi
Il signor Gino Bianchi (nome fittizio) è stato consigliere regionale dal giugno del 1970, anno di nascita delle Regioni, al giugno del 1975.Cinque anni sullo scranno della Regione, allora presieduta da Lelio Lagorio, socialista craxiano, poi ministro della Difesa. Ebbene Bianchi, allora trentenne, versò come contributi per il vitalizio 787 euro e spiccioli per la prima legislatura della Regione.

A 55 anni, a partire dal 1° luglio del 1995, ha iniziato a percepire il vitalizio. Già l’assegno lordo del primo mese – 1858,96 euro – era il doppio di quanto versato in 60 mesi. Da allora a casa del signor Bianchi è arrivato regolare il pagamento del vitalizio. Mese dopo mese. Così al 31 gennaio scorso la Regione ha pagato al signor Bianchi, per quei 787 euro di contributi, la bellezza di 383.025 euro lordi. (Annualmente la Regione spende più di 4 milioni per pagare i vitalizi dei suoi 157 ex consiglieri).
Bianchi ha oggi 74 anni e finché vivrà ogni mese riscuoterà un assegno regionale di 1.858 euro lordi e in caso di decesso scatterà la reversibilità per la moglie. (continua…)

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Primarie di coalizione del centro sinistra: IL PROGRAMMA DEI COLIBRI’

Questo che segue è il nostro progetto per Capannori Futura. E’ un programma APERTO al contributo di tutti, se hai osservazioni da fare, proposte, suggerimenti, modifiche, scrivi all’indirizzo: eugbaro@gmail.com 

noi siamo come il colibrì…….e tu?

Fai la tua parte, costruiamo insieme Capannori futura

“ Il tempo è oggi: adesso possiamo fare il mondo in cui germoglierà il seme che portiamo con noi”  

Premessa

Nella foresta invasa dal fuoco, come racconta un’antica favola amerinda, tutti gli animali fuggono impauriti. Solo il colibrì procede in senso contrario verso la foresta in fiamme con una goccia d’acqua nel becco.  “Cosa credi di fare?” gli dice il leone irridendolo. “Io faccio la mia parte” gli risponde il colibrì deciso.

E’ giunto il momento in cui, ognuno di noi, deve assumersi le proprie responsabilità e chiedersi che cosa ha fatto per evitare che questo nostro paese fosse travolto da una crisi e da un degrado civile e culturale senza precedenti. NO, non basta tirarsene fuori con  il solito piagnisteo da eterni innocenti, non serve, per rinascere a nuova vita culturale, civile e politica, imprecare e maledire una classe dirigente politica inetta, corrotta e impresentabile. Questa classe politica non è un corpo estraneo alla cosiddetta società civile, è lo specchio di una società malata sempre più individualista, egoista ed indifferente, profondamente sfigurata e segnata da vent’anni di berlusconismo. Una società che ha perso completamente la fiducia nell’agire insieme, del fare comunità, ha smarrito senso civico e responsabilità civile. (continua…)

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La sfida per un nuovo centro sinistra

Lettera aperta agli elettori e alle elettrici del centro sinistra capannorese

Avvicinandosi la scadenza elettorale nel Comune di Capannori, diversi di voi hanno pensato che la mia candidatura alle primarie fosse scontata, per qualcuno dovuta, quasi come se dovessi riprendere in mano il filo di un discorso o percorso interrotto  nel 2007, quando lasciai l’assessorato all’ambiente per andare in Regione. C’è stato anche chi ha interpretato la mia dichiarazione di rinuncia a candidarmi alle primarie, come una diserzione, un tirarsi fuori per rassegnazione.  In queste settimane ho riflettuto a lungo e ho finito per convincermi che questo è un momento in cui chi sente che ha qualcosa da dare e da dire, ha anche  il dovere di farlo, di non starsene con le mani in mano ad aspettare tempi migliori. Ognuno deve fare la propria parte, proprio come il Colibrì nella bellissima favola amerinda che qualcuno ha voluto utilizzare per indicare qual è il dovere civico delle persone di buona volontà in momenti come questi: la foresta è in fiamme tutti gli animali fuggono, il colibrì, il più piccolo, va nella direzione contraria con una goccia d’acqua nel suo piccolo becco.

(continua…)

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LETTERA APERTA AI COMPAGNI/E DI SINISTRA PER CAPANNORI

Cari compagni/e, vi scrivo con lo strumento della lettera aperta via informatica visto e considerato che ormai, da qualche anno, state rifiutando sistematicamente ogni nostro invito ad incontrarci per poter dialogare apertamente e direttamente guardandoci negli occhi. Approfitto quindi, di questa possibilità che mi è offerta dalla rete per intromettermi e per cercare di promuovere un dibattito, anche se a distanza, perché le cose da dire sono molte e credo che sia arrivato il momento di cercare di fare un po’ di chiarezza, nell’elettorato di sinistra capannorese un po’ disorientato e sconcertato da questa ennesima e, politicamente  infantile, microdivisione e disputa nel campo della sinistra. Intanto inizio scrivendovi che considero politicamente scorretta e un tantino arrogante,  quella cultura proprietaria che vi ha portato ad appropriarvi unilateralmente della rappresentanza istituzionale conquistata da SpC, perché, quella rappresentanza, era di tutta la sinistra che si presentò unita agli elettori capannoresi nelle amministrative del 2009. Insieme ci siamo conquistati quei voti che ci hanno permesso di ottenere una rappresentanza istituzionale in Consiglio e in Giunta. Credo anche, che sia stato un errore di settarismo, da parte vostra, trasformare una esperienza politica transitoria e locale, nata nel 2008, in un contesto del tutto straordinario e drammatico (la pesante sconfitta elettorale della Sinistra Arcobaleno) in un percorso verso la costruzione di un nuovo soggetto politico, (l’ennesimo a sinistra) rifiutando la nostra richiesta di mantenere per SpC solo un  livello unitario di coalizione della sinistra di alternativa di cui Sel poteva continuare a far parte con la sua autonomia di soggetto politico a dimensione nazionale. (continua…)

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Per un nuovo rinascimento toscano

Il sistema di potere toscano è in crisi profonda, ormai sono tanti i segnali premonitori e qualche volta sono addirittura clamorosi, come il successo alle primarie di Renzi e quello del M5S nelle politiche di febbraio. Entrambi hanno raccolto, in forme e modi diversi, la stessa crescente collera popolare per una classe politica dirigente conservatrice che non gode più della stima e della fiducia del suo popolo, una classe dirigente che non si schioda rispetto ad un sistema di potere consolidato che considerano immutabile ed eterno ma, nulla, è eterno in questo mondo. La voglia di rottamarli e di mandarli tutti a casa è forte anche in Toscana e anche nelle zone più rosse. I casi di malgoverno e la mala pianta della cattiva politica cresce; l’ultima vicenda, la più clamorosa, il Monte dei Paschi di Siena, la spina dorsale del sistema economico toscano, rischia di trascinare nel precipizio il PD che non riesce a trovare dentro di se la forza e il coraggio di reagire per dare una risposta forte ad una grande e pressante domanda di cambiamento. Non solo il PD, tutti noi, siamo posti di fronte ad una alternativa secca: o si cambia o si muore, riproporre oggi i soliti comportamenti, le solite rituali stanche liturgie, pensare di rimediare con un po’ di populismo e di demagogia o con uno sterile massimalismo verbale contraddetto da una pratica quotidiana minimalista, significa semplicemente prolungare l’agonia politica e soprattutto significa alimentare il fuoco della collera popolare. (continua…)

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Documento programmatico del forum SEL ambiente

Clicca sull’immagine per aprire il pdf

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Agitare le acque per scuotere dal torpore i naviganti

. Vorrei iniziare questa mia riflessione dopo il primo turno delle primarie cercando di fare un minimo di corretta informazione, sconfessando la grande bufala che tutto il sistema mediatico ci ha propinato per giorni, rappresentando  queste primarie  come quelle dei  record di partecipazione. Falso!!
Nelle primarie del 2005, sicuramente un’altra epoca storica anche se sono passati solo 7 anni, le primarie dell’incoronazione plebiscitaria di Prodi per intenderci, i partecipanti al voto  furono 4. 300.000 mentre  domenica 25 novembre 2012 sono stati  3.110.000, cioè 1.190.000 di meno. Vorrei anche ricordare un altro elemento che mi servirà nella mia riflessione, il candidato della cosiddetta sinistra radicale, Fausto Bertinotti , conquistò il 14,69% pari a 631.592 voti mentre, domenica scorsa,  Nichi Vendola ha ottenuto il 15,6% pari a 485.689 voti, meno 145.000 voti.
Vendola è andato bene nella sua Puglia e in alcune grandi città, ma nel resto del paese riesce ancora a tenere una quota di voto di opinione ma non riesce più a coinvolgere l’elettorato di sinistra che ci ha abbandonato e ha deciso di starsene a casa, spesso in aperta contestazione dell’alleanza che abbiamo stretto con il PD e socialisti, sostanziata anche simbolicamente, da una firma su di un documento politico sottoscritto da milioni di italiani. Un atto simbolico che rende molto più problematica e politicamente distruttiva un eventuale nostro sganciamento nel momento in cui questa alleanza dovesse trasformarsi per noi in una prigione.
Questo è un primo dato da tenere presente nella nostra riflessione: questa scelta ci sta separando da quell’elettorato più radicale di sinistra che guarda con interesse la nuova alleanza della sinistra che va dal movimento arancione dei sindaci, a Rifondazione e ad ALBA. Riuscirà a sfondare elettoralmente nelle prossime elezioni? Lo dubito fortemente, ma, intanto, dobbiamo prendere atto che non ce l’abbiamo fatta a costruire una casa accogliente e coinvolgente che potesse riportare ad unità, non i ceti politici dei tanti litigiosi partitini della sinistra, ma il suo popolo disperso e disorientato e sempre più risentito e incazzato.
Questa crisi drammatica, non solo economica ma di prospettiva, crea angoscia, paure e incertezza del  futuro, cancella un’intera generazione da una prospettiva di lavoro e di vita autonoma, cancella nella percezione di una enormità di persone la speranza di una società futura più giusta ed equa. Una crisi così  complessa e di questa portata, non può essere affrontata con strumenti ordinari. L’elettorato non sa dire cosa ci vuole ma è fortemente convinto che ci vuole qualcosa di grande, uno scossone tellurico per abbattere l’albero secco della vecchia politica nella speranza di favorire la nascita e la crescita di un nuovo albero. Da qui il voto a Grillo per chi si sente fuori dal centro sinistra, e il voto a Renzi per chi invece sta dentro; il primo visto come il vendicatore e il distruttore del sistema, il secondo come il rottamatore e innovatore che fa fuori un apparato e un sistema di potere che non regge e non funziona più (Regioni Rosse). Il voto in Toscana è significativo; una gran parte del popolo del PD, anche quello di provenienza comunista e di sinistra, è stufo di questo conservatorismo, di questo vecchio sistema di potere,  preferisce rischiare, azzardare, e nonostante, proposte politiche ambigue, non sempre però di segno regressivo, spera in questo modo di dare una sberla clamorosa per  mandare finalmente a casa un vecchio apparato di cui non ha più fiducia ne stima. La nostra proposta è nuova e coraggiosa, ma non ha sfondato perché l’elettorato che vuole cambiare, ci ha percepito come troppo legati al Pd e ha giudicato improbabile o addirittura impossibile la nostra missione politica di cambiare, rinnovare e costruire un nuovo centro sinistra all’altezza delle grande sfide che questa crisi complessa e drammatica ci pone di fronte.
E’ bene dircelo con franchezza, senza prenderci in giro, il voto a Bersani è un voto conservatore, che rassicura l’elettore che ha paura di salti nel buio e, in Bersani, vede una brava persona, non cinica, prudente e di grande esperienza amministrativa, tanto da considerarlo un buon statista. Bersani non propone strappi, propone semplici aggiustamenti dell’esistente nel segno della continuità,  al navigare in mare aperto, preferisce l’ancoraggio nelle  rassicuranti acque calme del porto.
Se io dovessi scegliere per l’interesse del mio campo politico e di SEL in particolare, non avrei dubbi, voterei Renzi, perché la sua vittoria sbaraglierebbe gli attuali equilibri politici con la violenza di un uragano tropicale. La separazione nel PD delle due sue anime principali, quella di sinistra legata alla Cgil e all’associazionismo democratico e quella moderata centrista, sarebbe cosa certa ed inevitabile e innescherebbe  un processo politico di ricostruzione di un nuovo soggetto politico di sinistra con dimensioni di massa. Ma, per il paese, con una crisi di questa portata, sarebbe un disastro, perché questa darebbe il via libera ad una stabilizzazione di segno socialmente e politicamente regressivo, e Renzi, potrebbe davvero diventare la figura attorno alla quale si riorganizza una grande area politica moderata, centrista e liberista che raccoglierebbe i vari Montezzemolo, Udc e i tanti pezzi sparsi del moderatismo e del PdL in disfacimento. Farebbero a gara a salire sul carro del vincitore per ingrossarlo e portarlo alla vittoria finale.
Secondo me, il  processo di ricostruzione di un’area centrista liberista guidata da Renzi avrebbe il vento in poppa e vincerebbe di gran lunga la sfida con l’altro processo che procederebbe in parallelo con l’obiettivo di riorganizzare e ristrutturare il campo della sinistra ma con difficoltà maggiori e tempi più lunghi. Come ben sappiamo, noi ci perdiamo sempre nei dettagli, e i tempi, per noi, sono quasi sempre troppo lunghi rispetto alle necessità e alle dinamiche politiche e sociali che hanno ritmi ormai frenetici, e poi, sicuramente, troveremmo, strada facendo, il pretesto e il modo di dividerci ancora. In questo probabile scenario politico e in presenza di una drammatica crisi sociale e culturale, l’uscita dall’implosione totale del sistema politico italiano, sarebbe quella moderata centrista che aprirebbe le porte alla terza repubblica fondata nel segno della continuità delle politiche liberiste, che darebbe al sistema un nuovo equilibrio e  stabilità cacciando la sinistra da una parte, e la destra destrutturata, populista ed antieuropea dall’altra, con o senza Berlusconi dentro.
Io penso anche, che le grandi manovre e le tante piccinerie di bassa bottega politica che bloccano l’intesa sulla  futura legge elettorale, nascono dalla necessità dei grandi manovratori bottegai di aspettare l’esito della sfida di domenica prossima perché, ogni scenario politico futuro, potrà essere facilitato o penalizzato a seconda del sistema elettorale che verrà adottato. Vuoi vedere che se vince Renzi si ritorna al proporzionale??
Allora? Io vado a votare e voto Bersani consapevole dei rischi di questo voto
Ci andrò senza alcun entusiasmo, spinto solo dal cervello e non dal cuore, perché consapevole che la sua vittoria produrrà un centro sinistra in cui la sinistra sarà comunque troppo debole, ridimensionata nelle sue aspettative dalle primarie che abbiamo perso e male, con  un PD sotto pressione e sotto ricatto da parte dei renziani che indubbiamente hanno scoperto di avere una forza grande e trascinante. In questo scenario rischiamo di rimanere intrappolati e che questa coalizione si trasformi nella nostra prigione perché una eventuale nostra successiva rottura sarebbe mediaticamente rappresentata come l’ennesimo tradimento della sinistra radicale priva di qualsiasi cultura di governo e totalmente inaffidabile. Ci massacrerebbero. Una storia già vissuta al tempo di Prodi con l’aggravante che questa sarebbe la seconda volta.
Noi però, dobbiamo ragionare, scegliere e decidere, tenendo sempre in primo piano gli interessi generali del paese e soprattutto di quella parte di popolo a cui noi vorremmo dare una rappresentanza. Se la vittoria di Renzi dovesse determinare una stabilizzazione politica con un segno sociale fortemente regressivo produrremmo un peggioramento drammatico delle condizioni di vita di milioni di cittadini, rischierebbe di saltare il sistema sanitario nazionale, la scuola pubblica ecc. crescerebbe la disperazione sociale che è l’humus che fa germogliare e crescere la malapianta della destra estrema populista e xenofoba (vedi Grecia).
Voto Bersani perché se non lo facessimo tutti o quasi, io non sono integralista, rispetto chi non se la sente, si butterebbe a mare tutto il lavoro fatto fino ad oggi per rompere il recinto in cui la sinistra, cosiddetta radicale, si era rinchiusa inconsapevolmente con le sue mani, si pregiudicherebbe i rapporti con quella vasta area politica della sinistra PD ancora legata al mondo del lavoro e dell’associazionismo e che rappresenta un pezzo di popolo di cui il nostro progetto non può permettersi di fare a meno. Dovremo avere pazienza e continuare a lavorare dall’interno, perché è l’unico modo per mantenere aperto il recinto con  questa fondamentale interlocuzione per salvaguardare quella simpatia e autorevolezza politica, che soprattutto Vendola, si è conquistato ma che purtroppo non è ancora sufficiente ad attivare il processo di ricostruzione di una nuova sinistra a partire dalle sole nostre forze. Siamo chiamati a svolgere questa azione politica in una condizione estremamente difficile cercando, con perseveranza e con pazienza, di tenere aperto il dialogo anche con quel pezzo di popolo di sinistra che ancora cercherà, a partire da sabato prossimo, (Rifondazione, Movimento arancione, ALBA, ecc.) strade diverse per riorganizzarsi, fuori dal centro sinistra, per conquistarsi un ruolo autonomo sulla scena politica. Abbiamo anche il dovere di non rinunciare per settarismo o per paura, al confronto con i contenuti e le iniziative politiche a livello locale del Movimento cinque stelle che, al di là dell’insopportabile populismo demagogico, violento  e rancoroso del suo onnipotente capo carismatico genovese, nei tanti territori della provincia italiana sono rappresentati, nella società e nelle istituzioni, da tante persone perbene che spesso provengono anche da storie simile alla nostra e comunque si impegnano a migliorare questo paese con proposte concrete e contenuti simili ai nostri se non addirittura in certi casi uguali. Infine, è altrettanto indispensabile cercare di tenere sempre aperta la porta al dialogo e al confronto con i movimenti, senza subalternità e sudditanza culturale, ma con la consapevolezza che stare dentro la società, dentro le sue parziali dinamiche di partecipazione e di protagonismo sociale, rappresenta l’anticorpo indispensabile per evitare di finire anche noi  nel politicismo politicante di Palazzo.
Una cosa però deve essere chiara a tutti, cari compagni e compagne, noi non possiamo permetterci di essere dei conservatori, non possiamo assolutamente adagiarsi nella gestione ordinaria dell’esistente, noi dobbiamo tirare fuori tutta la nostra radicalità, la nostra grinta  e la nostra capacità programmatica,  iniettarla dentro la nostra iniziativa politica soprattutto a livello territoriale, per non perderci o finire isolati e stritolati nei giochi di potere del conservatorismo che purtroppo sarà maggioritario ma non dovrà mai diventare egemone dentro questa nostra coalizione, noi non possiamo  tenere le acque calme per favorire la normale piatta navigazione, noi le acque dovremmo agitarle, per scuotere dal torpore i naviganti e per arrivare a determinare noi la rotta.
Grazie dell’attenzione e della vostra pazienza
Eugenio Baronti

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Un colpo al liberismo

Dal Manifesto di  Ugo Mattei e Alberto Lucarelli

Depositando due lunghe e articolate sentenze, la 199 e la 200 del 2012, la Corte Costituzionale ha reso giustizia al movimento referendario e ha posto finalmente un limite al delirio di onnipotenza del legislatore neoliberista nella sua versione bipartisan di casa nostra. Dietro a tecnicismi talvolta eccessivi (che già avevano reso la discussione orale del 19 giugno scorso meno interessante di come avrebbe potuto essere), con i quali la Corte (soprattutto nella sentenza 200) ha probabilmente cercato di depotenziare in parte la bomba politica rappresentata da questa decisione, un dato è chiarissimo.
I referendum del giugno 2011 non riguardavano soltanto l’acqua ma costituivano un tassello chiave nella costruzione di un’altra visione del pubblico che coinvolge l’intero settore dei servizi pubblici e che è coerente con la nostra Costituzione economica ben più di quanto non lo sia la politica neoliberale delle dismissioni. Su questa diversa visione, antitetica rispetto al riformismo neoliberale, il popolo sovrano si era pronunciato e la volontà popolare doveva essere rispettata tanto dal governo di Berlusconi quanto dal suo successore «tecnico».
La sentenza, oltre che politicamente dirompente perché da oggi più nessuna amministrazione locale di qualsivoglia colore politico potrà trincerarsi dietro l’ obbligo di smantellare i servizi pubblici ma dovrà assumersi tutta la responsabilità politica delle proprie scelte, è tanto storica quanto essenziale in questo momento di frana della democrazia costituzionale. Storica perché mai prima la Corte aveva tracciato così chiaramente, in una ratio decidendi, l’esistenza di un vincolo referendario non superabile dal Parlamento. Vincolo che in un regime fisiologico di rappresentanza politica potrebbe pure non sussistere sul piano formale (come ha fin qui sostenuto, ieri smentita dalla Corte, gran parte della dottrina costituzionalistica italiana) ma che in questa situazione di non rappresentatività del parlamento e di sospensione della democrazia prodotta dal «governo tecnico» costituisce un baluardo prezioso per il nostro sistema delle garanzie. (continua…)

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“Grande vittoria dei movimenti e della Puglia del Presidente Vendola”

Grande vittoria dei movimenti, la Corte Costituzionale fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali

Oggi, 20 Luglio, la Corte Costituzionale restituisce la voce ai cittadini italiani e la democrazia al nostro Paese.
Lo fa dichiarando incostituzionale, quindi inammissibile, l’articolo 4 del decreto legge 138 del 13 Agosto 2011, con il quale, il Governo Berlusconi, calpestava il risultato referendario e rintroduceva la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questa sentenza blocca anche tutte le modificazioni successive, compresa quelle del Governo Monti.

La sentenza esplicita chiaramente il vincolo referendario infranto con l’articolo 4 e dichiara che la legge approvata dal Governo Berlusconi violava l’articolo 75 della Costituzione. Viene confermato quello che sostenemmo un anno fa, cioè come quel provvedimento reintroducesse  la privatizzazione dei servizi pubblici e calpestasse la volontà dei cittadini.

La sentenza ribadisce con forza la volontà popolare espressa il 12 e 13 giugno 2011 e rappresenta un monito al Governo Monti e a tutti i poteri forti che speculano sui beni comuni. Dopo la straordinaria vittoria referendaria costruita dal basso, oggi è chiarito una volta per tutte che deve deve essere rispettato quello che hanno scelto 27 milioni di italiani: l’acqua e i servizi pubblici devono essere pubblici.

Si scrive acqua, si legge democrazia!

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Viva il 1° Maggio

Un anno fa il Primo maggio fu preceduto dalla polemica sulla deroga per l’apertura dei negozi. Si disse: da festa del lavoro a festa dello shopping. Quest’anno i negozi potranno rimanere aperti senza bisogno di deroghe, in virtù di una legge del governo tecnico, lo stesso governo che ha proposto nuove regole del mercato del lavoro per mostrare all’Europa lo scalpo dell’art.18. C’é un’idea di fondo che unisce le due scelte: ormai la competizione globale non riconoscere valore al lavoro perché è il consumo che va reso libero, è al consumo che va dato valore. E allora, ancora di più noi diciamo: viva il Primo maggio, festa del lavoro

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IO POSSO FARE A MENO DI 131 CACCIABOMBARDIERI F-35 JSF!

COME CITTADINO HO DIRITTO ALL’ISTRUZIONE, AL LAVORO, ALLA PENSIONE ED ALLA SANITA’…

Mentre con le due manovre economiche estive, per pareggiare i conti dello Stato, si chiedono forti sacrifici agli italiani con tagli agli enti locali, alla sanità, alle pensioni, all’istruzione, il Governo mantiene l’intenzione di procedere all’acquisto di 131 cacciabombardieri d’attacco F35 “Joint Strike Fighter” al costo di circa 20 miliardi di euro (15 per il solo acquisto e altri 5 in parte già spesi per lo sviluppo e le strutture di assemblaggio).

Le manovre approvate porteranno gravi conseguenze sui cittadini: si stimano proprio in 20 miliardi i tagli agli Enti Locali e alle Regioni (che si tradurranno in minori servizi sociali o in aumento delle tariffe), ed altri 20 miliardi saranno i tagli alle prestazioni sociali previsti dalla legge delega in materia fiscale ed assistenziale, senza contare il blocco dei contratti e degli aumenti ai dipendenti pubblici e l’aumento dell’IVA che colpirà indiscriminatemante tutti i consumatori.

Il tutto per partecipare ad un progetto di aereo militare “faraonico” (il più costosto della storia) di cui non si conoscono ancora i costi complessivi (cresciuti al momento almeno del 50% rispetto alle previsioni iniziali) e che ha già registrato forti critiche in altri paesi partner (Norvegia, Paesi Bassi) e addirittura ipotesi di cancellazione di acquisti da parte della Gran Bretagna. Senza dimenticare che, contemporaneamente, il nostro paese partecipa anche allo sviluppo e ai costosi acquisti dell’aereo europeo EuroFighter Typhoon.

Con i 15 miliardi che si potrebbero risparmiare cancellando l’acquisizione degli F-35 JSF si potrebbero fare molte cose: ad esempio costruire duemila nuovi asili nido pubblici, mettere in sicurezza le oltre diecimila scuole pubbliche che non rispettano la legge 626 e le normative antincendio, garantire un’indennità di disoccupazione di 700 euro per sei mesi ai lavoratori parasubordinati che perdono il posto di lavoro.

Siamo convinti che in un momento di crisi economica per prima cosa siano da salvaguardare i diritti fondamentali dei cittadini, investendo i fondi pubblici per creare presupposti ad una crescita reale del Paese senza gettare i soldi in un inutile e costoso aereo da guerra. PER QUESTO CHIEDIAMO AL GOVERNO DI NON PROCEDERE ALL’ACQUISTO DEI 131 CACCIABOMBARDIERI F35 E DESTINARE I FONDI RISPARMIATI ALLA GARANZIA DEI DIRITTI DEI PIU’ DEBOLI ED ALLO SVILUPPO DEL PAESE investendo sulla società, l’ambiente, il lavoro e la solidarietà internazionale.

Perchè dire NO al cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter?

Anche se il Governo tiene bloccata da tempo (almeno dalla fine 2009) la decisione definitiva, l’Italia a breve potrebbe perfezionare l’acquisto di oltre 130 cacciabombardieri d’attacco Joint Strike Fighter F-35: un programma che ad oggi ci è costato già 1,5 miliardi di euro ne costerà almeno altri 15, solo per l’acquisto dei velivoli, arrivando ad un impatto di 20 miliardi nei prossimi anni. Senza contare il mantenimento successivo di tali velivoli.
Siamo quindi in gioco, come partner privilegiato, nel più grande progetto aeronautico militare della storia, costellato di problemi, sprechi e budget sempre in crescita, mentre diversi altri paesi partecipanti – tra cui Gran Bretagna, Norvegia, Olanda, Danimarca e gli stessi Stati Uniti capofila! – hanno sollevato dubbi e rivisto la propria partecipazione. In questo periodo di crisi e di mancanza di risorse per tutti i settori della nostra società, diviene perciò importante effettuare pressione sul Governo italiano affinché decida di rivedere la propria intenzione verso l’acquisto degli F-35, scegliendo altre strade più necessarie ed efficaci sia nell’utilizzo dei fondi (verso investimenti sociali) sia nella costruzione di un nuovo modello di difesa. L’esempio del programma Joint Strike Fighter deve quindi servire come emblema degli alti sprechi legati alle spese militari e della necessità di un forte taglio delle stesse verso nuovi investimenti più giusti, sensati, produttivi.
Per questo noi diciamo:
NO allo spreco di risorse per aerei da guerra sovradimensionati e contrari allo spirito della nostra Costituzione
SI all’utilizzo di questi ingenti risorse per le necessità vere del paese: rilancio dell’economia, ricostruzione dei luoghi colpiti da disastri naturali, sostegno all’occupazione
NO alla partecipazione ad un programma fallimentare anche nell’efficienza: il costo per velivolo è già passato (prima della produzione definitiva) da 80 milioni di dollari a 130 milioni di dollari (dati medi sulle tre tipologie)
SI all’investimento delle stesse risorse per nuove scuole, nuovi asili, un sostegno vero all’occupazione, l’investimento per la ricerca e l’Università, il miglioramento delle condizioni di cura sanitaria nel nostro Paese
NO al programmi militari pluriennali e mastodontici, pensati per contesti diversi (in questo caso la guerra fredda) ed incapaci garantire Pace e sicurezza
SI all’utilizzo delle risorse umane del nostro Governo e delle nostre Forze Armate non per il vantaggio commerciale dell’industria bellica, ma per la costruzione di vera sicurezza per l’Italia
NO al soggiacere delle scelte politiche agli interessi economici particolari dell’industria a produzione militare e dei vantaggi che essa crea per pochi strati di privilegiati
SI al ripensamento della nostra difesa nazionale come strumento a servizio di tutta la società e non come sacca di privilegi e potere.

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Cambiamo l’Italia cambiamo L’Europa

Le strade del mondo si riempiono di ragazze e ragazzi come non accadeva da tempo. Da Plaza del Sol a Wall Strett. Tunisi, Piazza Tahir, Santiago del Cile, l’Islanda, persino in Israele una generazione scende in piazza e monta le tende. Sabato sarà così in centinaia di piazze d’Europa e del mondo. Obiettivo: la messa in discussione di un modello che sotto la spinta neoliberista ha portato vuoti di democrazia e aumento delle disuguaglianze.

L’Italia trincerata nel palazzo non sembra accorgersene. Il governo, gran parte delle forze di opposizione, il circuito mediatico, Confindustria, gran parte dei sindacati, i maggiori imprenditori italiani parlano di altro. Sembra che in questo stanco, vecchio, decadente Paese, l’Europa, il mondo intero, non esista. Non ci sono parole che per le escort del Presidente del Consiglio, per i condoni fiscali, per giochi di palazzo con frange di deputati che pensano alla mera sopravvivenza (la loro), per imprenditori che rivendicano verginità inesistenti e che, mentre le persone comuni non arrivano alla terza settimana, mettono a fuoco la crisi spendendo centinaia di migliaia di euro pagine di giornali dalle quali pontificare sul mondo. Tutto per rimproverare altri, mai le loro azioni. Proprio loro, che condividono appieno le colpe di una crisi che divora il Paese e l’Europa intera.

Così, mentre il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dichiara di comprendere la protesta degli indignati e si interroga sulle misure economiche per uscire dalla crisi, Silvio Berlusconi vola nella dacia di Stalin per festeggiare il compleanno di un Presidente che gronda sangue di tante vittime messe a tacere, Cicchitto invoca il condono fiscale come misura salvifica, Veltroni chiede il governo tecnico, Della Valle compra pagine di giornali per gridare “vergogna”, Montezemolo vuole fondare il “movimento popolare per dire basta al partito dei padroni” (sic). Se non fosse vero, sarebbe una sceneggiatura per il prossimo cinepanettone.

Fuori dall’involucro sordo del potere, c’è un’Italia impaziente, sfiduciata e vogliosa radicalmente di cambiare. L’Italia che guarda all’Europa, disillusa da un ventennio di volgarità, facili promesse e che si ritrova impoverita e arrabbiata. E’ l’Italia delle giovani generazioni, quelle depredate due volte, dalla violenza del neoliberismo e della precarietà esistenziale, che coinvolge chi i diritti non li ha mai avuti ma anche coloro che li hanno conquistati con anni di lotte sociali. Diritti diventati oramai evanescenti, segnati e arresi all’ineluttabilità della finanziarizzazione selvaggia, di un liberismo che non guarda in faccia a nessuno, che crea un solco tra chi detiene le ricchezze e chi si aggrappa alla vita per sopravvivere.

C’è una fotografia emblematica di pochi giorni fa che ci arriva da Wall Street: giovani e persone comuni in strada a manifestare, e gli altri, trader, broker, speculatori, sul terrazzo del palazzo, con un Manhattan in mano e il sorriso un po’ ebete di chi non si sta accorgendo che un impero sta crollando, che niente sarà come prima e con uno sguardo un po’ patetico, un po’ di rimprovero, come quando un padre guarda un figlio adolescente con aria mista di rimprovero e dissenso. Un padre ingordo non si accorge che niente sarà come prima e che un’epoca sta finendo.

Il 15 ottobre sarà una giornata straordinaria di mobilitazione, è una delle tante tappe per provare a discutere insieme di un’Europa in cui torni la politica, la buona politica, a regolamentare i mercati e la finanza per attivare una redistribuzione delle ricchezze mai come adesso necessaria. Una tappa per la costruzione di un’alternativa basata su, come descriveva con prospettiva Massimiliano Smeriglio, “un nuovo welfare capace di includere chi, da precario, non ha alcuna garanzia sociale, la cura del paesaggio e dei beni comuni, il reddito minimo, la democrazia nei luoghi di lavoro, una nuova vocazione euromediterranea per il Paese, una gigantesca opera di conversione ecologica dell’intera economia, una tassazione progressiva fondata sulla patrimoniale capace di colpire le rendite, la volontà di tornare a credere alla dimensione politica e democratica di un continente che deve imparare a nuotare nel nuovo assetto geopolitico del mondo”.

Perché non è il momento di aspettare un altro giro. C’è una generazione che di giri e possibilità non ne ha mai avute e mai incontrate. Lasciamo stare i profeti della rivolta o dell’estetica del conflitto fine a se stesso, lasciamo perdere il brusio di fondo di opinioni minoritarie. Oggi, tocca a loro, tocca a una generazione che scende in piazza per trasformare la propria rabbia in proposta politica, in modello alternativo a quello dato per scontato. Non c’è più tempo per strategie o posizionamenti, è il momento di andare in mare aperto, anche per i partiti del centrosinistra. E’ il momento di costruire una concreta alternativa che possa cancellare venti anni di berlusconismo e rilanciare un’altra idea di Europa.

Sinistra Ecologia Libertà sarà in piazza, con la gente comune e con le altre esperienze di lotta, di protesta e di proposta. Con la Fiom, Uniti per l’Alternativa, Arci, Teatro Valle, movimento per l’acqua, con i precari, con gli studenti, con i giovani che scenderanno in migliaia in piazza. Perché non stiamo in una manifestazione per marcare una presenza, ma per contribuire a un cambiamento possibile. Appuntamento in Piazza della Repubblica alle ore 14 davanti al furgoncino e al gazebo di SEL, davanti a Santa Maria degli Angeli.

Marco Furfaro

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Far saltare il recinto autoritario. La rivolta come opportunità

l’editoriale di Fausto Bertinotti pubblicato sulla rivista “Alternative per il socialismo”

Rossana Rossanda ha aperto una discussione che si rivela di giorno in giorno di più stringente necessità a sinistra. Sono venute interlocuzioni assai interessanti sia sul terreno delle cause che hanno aggravato la crisi dell’Europa che dell’esplorazione di interventi programmatici per affrontarla fuori dalla disastrosa moneta corrente. In qualche caso, secondo me utilmente, si è sfidata la nuova ortodossia della parità di bilancio fino a prospettare uscite radicali. Tuttavia a me pare che la discussione dovrebbe prendere anche un’altra piega. Possiamo ancora affrontare il tema come se vivessimo in un’epoca democratica, con in campo una politica dotata di una qualche autonomia e una sinistra capace di influenzare le scelte di fondo? Temo di no. In questo caso si potrebbe forse seguire questo filo di ragionamento.
Ciò che la rivolta ha intuito dovrebbe costituire la base anche della rinascita di una politica e di un agire politico autonomi dal sistema economico-sociale e dal sistema di potere politico che in esso si è venuto costituendo. La rivolta ha intuito che, per riaprire la partita, bisogna far saltare il banco, cioè mettere in discussione radicalmente le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito e contestare i luoghi e le forme con cui esse vengono assunte.

La crisi è un’occasione. Ma bisogna capire anche per chi. L’occasione è sfruttata fino in fondo dalle classi dirigenti per fare tabula rasa dell’Europa del compromesso sociale e democratico. Un panorama sociale tutt’affatto diverso ne sta prendendo il posto. E’ come se tutto ciò che si era venuto accumulando negli anni della restaurazione modernizzatrice, e accelerato negli ultimi mesi, fosse fatto precipitare in quest’agosto devastante. (continua…)

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